Lettere Pastorali episcopato ad Oria

Nell’ora della Misericordia – 21 Febbraio 1999

NELL’ORA DELLA MIA MISERICORDIA

Lettera quaresimale alla Santa Chiesa di Oria su ‘Conversione e Riconciliazione’

Il rito austero e solenne dell’imposizione delle Ceneri ci ha introdotti nel tempo santo della Quaresima. È il tempus acceptabile , il tempo favorevole per la nostra salvezza, come ci ripete la Chiesa riecheggiando le parole dell’ apostolo Paolo (cf. 2Cor 6, 2). È il tempo che ci dispone a celebrare il mistero della Pasqua, l’evento senza il quale non soltanto cadrebbe il nostro titolo di cristiani, ma noi stessi saremmo i più infelici tra gli uomini, saremmo ancora nei nostri peccati (cf. 2Cor 17,19). Nella vita di Gesù risorto, invece, la nostra esistenza riceve pienezza di senso. La stessa nostra sofferenza acquista valore, perché, come la Croce di Gesù, è investita dal soffio vitale dello Spirito, che la rende capace di un incommensurabile e indefettibile amore.
Ci è dato un “tempo”. Ma, cosa è il tempo? Qualcuno dirà senza esitare che il tempo è denaro. È una tra le molte risposte possibili. Di cosa, però, noi, oggi, abbiamo maggiore bisogno? Di un tempo per “avere” o di un tempo per “essere”? È, dunque, il caso di riconoscere il tempo.
Sappiamo bene quanto la nostra esistenza sia legata al fluire del tempo. Esso misura la durata della vita presente, condiziona ogni nostra azione, segna la nostra cronaca e la nostra storia con il susseguirsi delle ore e dei giorni. Siamo immersi nel tempo. Nulla c’è di più vile, quando pensiamo che il tempo tutto divora e consuma, invecchiando ogni vita che spunta sulla faccia della terra. Ciò nonostante il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere.

Aprirò una strada per il mio popolo – 29 Settembre 1999

APRIRÒ UNA STRADA PER IL MIO POPOLO

Lettera pastorale alla Santa Chiesa di Oria
per il Giubileo del 2000

 

INTRODUZIONE
1. Con l’apertura della “porta santa” nella prossima notte di Natale avrà inizio il Giubileo del 2000. Varcandone per primo la soglia, il Papa mostrerà alla Chiesa e al mondo il Santo Vangelo, fonte di vita e di speranza per il nuovo millennio. Questo Giubileo, per la sua scadenza cronologica, a buon titolo è chiamato “grande”. Esso, infatti, intende fissare la nostra attenzione sul mistero dell’Incarnazione. Per tutti i cristiani quest’evento segna la “pienezza del tempo” (Gal 4, 4), ossia l’irruzione definitiva e completa nella storia umana dell’azione salvatrice di Dio.
Il Giubileo del 2000, perciò, si configura più esplicitamente come uno speciale anno di grazia e di misericordia, durante il quale tutti siamo chiamati ad accogliere il Vangelo e a convertirci. “Se non si accoglie la Parola e se non ci si converte non vi è né vero anno di grazia, né anno di misericordia, né anno giubilare” (Calendario dell’anno santo 2000, Premessa, n. 3).

Ministri Dell’Eucarestia – 8 Marzo 2000

MINISTRI DELL’EUCARISTIA
Istruzione sulla celebrazione della Messa

 

Introduzione
  1. Il mistero dell’Incarnazione, particolarmente celebrato in quest’anno giubilare, ha una sua continuità nel mistero della presenza eucaristica ed è per questa ragione che il Giubileo del 2000 deve segnalarsi, secondo l’indicazione del Papa, comeanno intensamente eucaristico.

L’Eucaristia, ne siamo tutti consapevoli, è al centro della vita della Chiesa, che da essa, come da una fonte, riceve la propria vita, in essa trova l’energia per crescere senza soste e ottiene il pegno della gloria futura. Cristo, infatti, che pure non cessa d’essere presente alla sua Chiesa nella proclamazione della sua Parola, nella preghiera dei suoi discepoli riuniti, nei poveri, nei malati e negli afflitti e in tutti gli altri Sacramenti, nell’Eucaristia lo è in una forma davvero unica: ‘Poiché stava per lasciare i suoi sotto l’aspetto visibile, Cristo Gesù ha voluto donarci la sua presenza sacramentale; poiché stava per offrirsi sulla croce per la nostra salvezza, ha voluto che noi avessimo il memoriale dell’amore con il quale ci ha amati «sino alla fine» (Gv 13, 1), fino al dono della propria vita. Nella sua presenza eucaristica, infatti, egli rimane misteriosamente in mezzo a noi come colui che ci ha amati e che ha dato se stesso per noi, e vi rimane mediante i segni che esprimono e comunicano questo amore’ (CCC, 1380).

  1. Considerando, dunque, l’eccellenza di questo Sacramento, nell’avviare la serie degl’incontri dedicati alla formazione permanente del Clero diocesano – che in questo anno pastorale hanno come guida il documentoIl presbitero, maestro della Parola, ministro dei Sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano, pubblicato dalla Congregazione per il Clero (1999) – ho voluto soffermarmi anzitutto sull’Eucaristia come centro del ministero sacerdotale.

Riprendiamo il Cammino – 5 Gennaio 2001

‘RIPRENDIAMO IL CAMMINO’

LETTERA ALLA CHIESA DI ORIA
A CHIUSURA DEL GRANDE GIUBILEO

Termina l’anno del Grande Giubileo. Non finisce però l’anno di grazia che Gesù ha inaugurato nella Sinagoga di Nazaret.

Queste parole, che ora riecheggiano in tutte le Chiese sparse nel mondo, sono un appello a riprendere nel tempo, con gioia e coraggio, il nostro cammino incontro al Signore che viene. Anzitutto lodiamo il Signore per la grazia che ci ha concesso di sperimentare durante il Giubileo. Egli continua a tenere aperta la ‘porta’ della sua Misericordia per tutti coloro che credono al Vangelo e continua a bussare alla porta del nostro cuore. Chi gli aprirà sarà beato. Giunti, però, al termine di una tappa importante del nostro itinerario cristiano, vogliamo ripercorrere, seppure brevemente, le soste che lo hanno caratterizzato nella nostra Diocesi di Oria. Vorremmo, allora, quasi rispondere alla voce interiore che domanda: Che cosa hai visto per la via?

 Ricordo il primo segno giubilare, nel giorno del Natale 1999: un Vangelo aperto. Ed ancora: il Giubileo della vita consacrata, il 2 febbraio 2000: radicale testimonianza al Vangelo; ai giovani, nel passaggio del Croce pellegrina verso la Giornata Mondiale della Gioventù: testimoniate la passione infinita di Dio per l’uomo. E poi, nel Giubileo della pastorale vocazionale il 14 maggio: poiché ama, Dio chiama; in quello delle aggregazioni laicali nella Veglia di Pentecoste: nella stessa comunione, per la stessa missione di comunicare la fede; nel Giubileo del Clero diocesano, il 23 giugno: riscoprire l’essenziale del nostro ministero, per essere preti, pastori e pescatori. Infine, nel Giubileo degli ammalati e degli operatori sanitari il 26 settembre: vivere la sofferenza come Gesù e stare, come Lui, accanto al sofferente e al Giubileo delle famiglie, il 30 dicembre: nel cuore della nuova evangelizzazione per il rinnovamento pastorale.

I Piedi della Chiesa – 8 Settembre 2001

Carissimi fratelli ed amici
della Chiesa di Oria

1. Rilanciare la centralità della parrocchia e promuoverne la configurazione come stazione missionaria. E’ l’impegno, che vi ho chiesto il 5 gennaio scorso con l’annuncio della mia prima Visita Pastorale. Nella lettera Riprendiamo il cammino vi ho proposto di mettere la parrocchia al centro del rinnovamento della nostra azione pastorale. Vuol dire partire dalla comunità parrocchiale per progettare il futuro dell’azione pastorale nella nostra Chiesa diocesana, di cui è cellula qualificata ed estrema realizzazione. La proposta, secondo un agire ecclesiale che potremmo definire di tipo circolare, è quella di ripensare il nostro essere chiesa a partire dalla parrocchia, sì che essa sia, al tempo stesso, riflesso
e attuazione del nostro essere chiesa, “popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (cfr. Lumen Gentium, 4). Quest’inscindibile nesso è alla base del progetto parrocchia che, attraverso la Visita Pastorale, intendo insieme con voi promuovere e diffondere dall’interno delle stesse comunità cristiane. Il mio desiderio è che di questo progetto la Visita Pastorale sia lo strumento iniziale, privilegiato e più concreto d’attuazione. Non si potrà, dunque, ritenere esaurita la Visita Pastorale con la sua semplice effettuazione in ciascuna parrocchia. La si ridurrebbe ad una serie d’avvenimenti certamente utili per alcuni aspetti, ma slegati fra loro. Piuttosto che concludersi in sé, la Visita Pastorale deve necessariamente aprirsi all’intero e più ampio progetto parrocchia, che con questa Lettera mi propongo di delineare. Disponiamoci, dunque, ad un attento ascolto dello Spirito. Un respiro veramente ecclesiale animi tutti, per riportare la centralità della parrocchia nell’attività complessiva della Diocesi e per cogliere in concreto e, per così dire, dal vivo l’importanza di questo reciproco e stretto legame, che è e vuol essere insieme strategico e teologico.

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Contemplatori del Suo Volto – 19 Marzo 2002

CONTEMPLATORI DEL SUO VOLTO

Lettera All’Azione Cattolica nella Chiesa di Oria
per l’inizio del nuovo triennio di vita associativa

 

Scrivo a voi, carissimi figli ed amici dell’Azione Cattolica diocesana, mentre date inizio ad un nuovo triennio di vita associativa. In questo momento così importante desidero farvi sentire la mia vicinanza e rinnovarvi il mio incoraggiamento. Procedano i vostri passi con il ritmo della Chiesa intera, in piena armonia con gli impegni della Chiesa in Italia e del cammino pastorale della nostra Chiesa di Oria. Vi dico perciò: alzate lo sguardo, perché solo chi guarda in alto comprende il segreto di Dio! Alzate lo sguardo, per essere contemplatori del volto di Cristo. Non è soltanto il vostro Vescovo che ve lo raccomanda. Egli, piuttosto, si fa portavoce presso di voi dell’appello lanciato da Giovanni Paolo II a conclusione del Grande Giubileo: contemplatori del suo volto, con lo sguardo più che mai fisso sul volto del Signore (Novo Millennio Ineunte, n. 16). L’invito del Papa, come sapete, è stato fatto proprio dall’episcopato italiano, negli ‘Orientamenti Pastorali’, offerti come guida per il primo decennio del 2000: Solo il continuo e rinnovato ascolto del Verbo della vita, solo la contemplazione costante del suo volto permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere chi è il Dio vivo e vero, ma anche chi è l’uomo (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 10)

Custodire il Mistero – 11 Ottobre 2002

CUSTODIRE IL MISTERO
CON VIGILE AMORE

Lettera ai Presbiteri sulla formazione permanente

 

 

Miei carissimi sacerdoti,

desidero intrattenermi con voi sul tema della formazione permanente. Non è un argomento del tutto nuovo, giacché di essa, insieme coi suoi metodi e contenuti, si parla da molto tempo. L’espressione risale agli anni ’60 ed è impiegata per indicare un processo formativo, che non ha mai termine poiché si sviluppa per l’intero arco dell’esistenza. La formazione permanente è talmente acquisita in ambito professionale da essere ritenuta, secondo una definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un imperativo morale.
Di formazione permanente se ne parla anche riguardo a noi sacerdoti. L’esortazione apostolica Pastores dabo vobis, pubblicata nel 1992, le riserva il capitolo sesto, da cui ho desunto l’espressione custodire il mistero con vigile amore, scelta per dare un titolo a questa mia Lettera riservata ai sacerdoti del presbiterio diocesano, ma consegnata anche ai nostri giovani seminaristi e offerta pure ai fratelli che vivono il loro sacerdozio nella vita consacrata.
Un’immagine mi torna spontanea alla mente ed è quella di una madre che, avendo scoperto la presenza in sé del mistero della vita, incrocia stupita e commossa le mani sul proprio grembo in un gesto che è di custodia, d’attesa, di raccoglimento, di gioia interiore. Ricordo così raffigurata dal Beato Angelico la Vergine Maria, nel momento in cui l’Angelo le annuncia l’opera formatrice dello Spirito. In quel momento, la predestinata madre (cfr. Lumen Gentium, 56) comincia ad essere madre e continuerà a divenirlo di mistero in mistero. Nazareth, Betlemme, la fuga in Egitto e ancora Nazareth per circa trent’anni, il Tempio di Gerusalemme con la profezia di Simeone prima e lo smarrimento e ritrovamento di Gesù poi, Cana di Galilea, la domanda del Figlio: ‘chi è mia madre?’, lo stare sotto la Croce e il perseverare nel cenacolo quale prima Chiesa invocante lo Spirito…

Una Preghiera sempre possibile – 13 Maggio 2003

UNA PREGHIERA SEMPRE POSSIBILE

 Lettera sul Rosario

 

Il Papa, voi lo sapete già fratelli e figli carissimi, con la sua lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae ci ha come riconsegnato il Rosario, offrendocelo quale preghiera contemplativa. ‘Senza contemplazione – aveva già scritto Paolo VI – il Rosario è corpo senz’anima’. Giovanni Paolo II spiega che esso è ‘uno dei percorsi tradizionali della preghiera cristiana applicata alla contemplazione del volto di Cristo’. Il Rosario appartiene da secoli alla nostra tradizione spirituale. A noi esso è ancora più caro perché legato alla santa memoria del beato Bartolo Longo. Nativo della nostra Latiano e fondatore della ‘nuova Pompei’, egli ne fu il grande apostolo. Ed ecco che, quasi amplificando l’insegnamento del Papa e in coincidenza con il pellegrinaggio diocesano al Santuario di Pompei, vi affido alcuni brevi pensieri sul metodo proprio del Rosario, piccola semplice preghiera basata su di una ripetizione alimentata di continuo dal desiderio della sempre più piena conformazione a Cristo. Nella preghiera del Rosario ci sono enormi ricchezze: l’evocazione dei misteri di Cristo, la preghiera del Padre nostro, la recita dell’Ave Maria, la lode alla Trinità… Di fronte a queste autentiche perle, il ripetere per dieci, venti volte… sempre le stesse parole è certo l’elemento più povero, si direbbe la sezione meno intelligente del Rosario, perché la più meccanica. Eppure c’è una ricchezza spirituale ‘ e non solo ‘ anche in questo perché la ripetizione è parte integrante della nostra vita, la struttura ed anzi nei suoi momenti più belli è ciò che vorremmo per sempre.

Prendere la forma del Pane – 25 Dicembre 2003

PRENDERE LA FORMA DEL PANE
Lettera (II) sulla formazione permanente

Richiamandomi all’esortazione apostolica Pastores dabo vobis, l’11 ottobre 2002 consegnai a tutti i presbiteri, diocesani e consacrati, della nostra Diocesi, come pure ai nostri giovani seminaristi una mia Lettera sul bisogno d’intraprendere e proseguire l’impegno di una formazione permanente. Dalla stessa esortazione di Giovanni Paolo II trassi il titolo Custodire il mistero con vigile amore. Per la stesura di quel testo mi giovarono molto alcune riflessioni del padre Amedeo Cencini, in particolare la sua avvertenza ch’è la vita stessa che forma e il richiamo all’importanza della docibilitas, ossia la personale e radicale disponibilità a lasciarsi formare in ogni giorno della vita. Infatti, ‘nessuna fase della vita può considerarsi tanto sicura e tanto fervorosa da escludere l’opportunità di specifiche attenzioni per garantire la perseveranza nella fedeltà, così come non esiste età che possa vedere esaurita la maturazione della persona’ (Vita consecrata, n. 69).

Perseverare nella vocazione

Nel contesto della formazione permanente il Papa parla di  perseveranza. Anche io, dunque, inizio col soffermarmi su questo tema,  giacché, in prospettiva vocazionale, potremmo senz’altro affermare che la perseveranza è quella virtù e quella grazia speciale da cui deriva al cristiano la possibilità di restare fedele alla propria vocazione. È una virtù, la perseveranza. Come tale essa è sempre frutto di una paideia, vale a dire di un’educazione e anche di una disciplina interiori, di un’allenamento dell’intera persona, in tutte le sue dimensioni, da quella corporea a quella spirituale, non da ultimo mediante il ricorso ai mezzi comprovati dall’esperienza spirituale che sono i sacramenti, l’ascesi e la preghiera. Molti, infatti, come ammoniva San Francesco di Sales, ‘hanno ricevuto da Dio la vocazione, ma poi per loro difetto si sono resi indegni di ottenere la perseveranza’. Sì, perché la perseveranza non è semplice frutto dell’impegno umano. Nella prospettiva cristiana essa è pure una grazia, cioè un dono di Dio. Per perseverare c’è sempre bisogno del suo aiuto. Perseverante può esserlo solo chi a Dio lo domanda con insistenza, senza mai stancarsi (cfr. Mt 21,22). Lasciato alle proprie risorse nessuno di noi progredirebbe di molto nel cammino del discepolato. Nessuno di noi potrebbe persistere nella propria vocazione senza l’aiuto di Dio, umilmente cercato e costantemente invocato.

Servi per Amore – 12 Marzo 2004

SERVI PER AMORE DI CRISTO

Lettera Pastorale nel XIV centenario della morte di San Gregorio Magno

Carissimi fratelli ed amici
della Chiesa di Oria

  1. Il 12 marzo dell’anno 604, sul finire di un inverno particolarmente rigido, morì in Roma il papa Gregorio. Sul suo sepolcro fu inciso un epitaffio nel quale, fra l’altro, fu scritto: ‘Questa tomba contiene le membra di un Sommo Pontefice che sopravvive dovunque per innumerevoli opere grandi. Vinse la fame col cibo, il freddo con le vesti e con i divini insegnamenti protesse le anime dal nemico. Confermava con i fatti ciò che insegnava con le parole, esempio vivo della sua mistica dottrina’.

Gregorio era nato da una nobile famiglia senatoriale, di profonda e vissuta fede cristiana, attorno al 540, quando la pace e la stabilità in Italia erano davvero molto precarie. La ventennale guerra gotica che per volontà dell’imperatore Giustiniano, desideroso di ricostituire l’Impero romano nella sua integrità, era stata condotta da Belisario e Narsete, aveva messo a dura prova la vita già precaria delle popolazioni, su cui gravarono ben presto gli effetti dello spopolamento delle campagne e delle conseguenti carestie. Dal 542 si aggiunse la peste che, riesplodendo a più riprese per la parte restante del secolo, ebbe sul morale e sulla spiritualità dei sopravvissuti un impatto da noi oggi non facilmente immaginabile. Un antico storico, Giovanni di Efeso, descrisse così la loro condizione: ‘I cuori della gente erano intontiti e perciò non c’erano pianti né lamenti funebri, ma gli uomini erano come storditi quasi fossero ubriachi. I loro cuori erano stati colpiti e si erano ottusi’. Anche Gregorio fu inevitabilmente segnato nella sua personalità da questi drammatici frangenti.