«Se hai un cuore»

Strumento di salvezza e via di santità, ma anche terra di combattimento e covo di ipocrisia. È il cuore dell’uomo. Un cuore che deve essere “unificato” da Dio e conformato dagli uomini al cuore di Gesù. Sul tema “Se hai cuore…” si è sviluppata la riflessione che il vescovo Marcello Semeraro ha condiviso con i sacerdoti del presbiterio diocesano venerdì scorso, solennità del Sacro Cuore di Gesù, nel corso della mattinata di ritiro spirituale vissuta ad Anzio, nella chiesa di Santa Teresa, in occasione della Giornata di santificazione sacerdotale e a conclusione dell’anno pastorale. La riflessione di monsignor Semeraro, dal titolo “Se hai cuore..” è stata poi consegnata ai presenti.
L’argomento è stato tratto da un apoftegma che dice così: “se hai cuore puoi salvarti”, di un padre chiamato Pambo, un monaco vissuto nel IV secolo, che ebbe rapporti con Antonio il Grande e col quale nel 355 fu chiamato da Atanasio ad Alessandria per dare testimonianza della retta fede contro gli ariani. «“Se hai un cuore” – ha detto il vescovo Semeraro – può essere la formula che sposta l’attenzione dalle opere esteriori, all’interiorità; dall’azione alla intenzione. L’ultimo apoftegma che riguarda proprio abba Pambo dice così: “Il padre Teodoro di Ferme chiese al padre Pambo: dimmi una parola. Con molta fatica gli disse: va’, Teodoro, abbi misericordia con tutti, perché la misericordia trova accesso sicuro presso Dio”. L’ultima parola, dunque, è sulla misericordia. Ora vogliamo sperare che misericordia sia per noi anche l’ultima parola del Signore. Egli ci conceda di udirla, se è vero che i santi e le sante non sono gli invincibili guerrieri dello spirito, ma persone che quanto più progrediscono tanto più si rendono conto della loro fragilità e perciò bisognosi dell’aiuto di Dio. Non sono i digiuni e le molte veglie a edificare la santità, bensì l’umiltà. È, in fondo, quella che in “Gaudete et exsultate” Francesco chiama santità della porta accanto: da cercare nella vita quotidiana e nella adesione alla volontà di Dio per ciascuno di noi».
Per questo, il vescovo ha ribadito la necessità di avviare percorsi di verifica personale, sulla vita privata di tutti i giorni: «Come è nella mia stanza – ha chiesto Semeraro – la mia santità? E le mie cadute? Il cuore indica l’interiorità della persona dove c’è il ricordo incessante di Dio e dove risiedono tutti i pensieri dell’anima e la sua speranza. Indica anche una dimensione del nostro agire; anche nell’azione pastorale. Tuttavia, non è soltanto il luogo dove abita Dio, ma pure il luogo dove il Nemico scatena le sue forze per allontanare da Dio. Il cuore è terra di combattimento. Per entrare nel proprio cuore occorre essere degli atleti, dei lottatori». E nel combattimento spirituale, ha rimarcato il vescovo di Albano, i contendenti – le passioni – stanno dentro ciascuno: non combattono fuori su di un immaginario ring mentre le persone le stanno a guardare in poltrona. «Nella lotta spirituale – ha aggiunto Semeraro – noi siamo sempre parte in causa. Non solo: nella lotta ci siamo con tutte le nostre ferite interiori, non ancora guarite. Queste “ferite” i Padri del deserto le chiamano passioni e dicevano ch’è sempre necessario conoscerle per poterle anche dirigere, guidare, educare. Col peccato non si può scherzare, o amoreggiare. Il Salmo 12 dice che “le labbra adulatrici parlano con cuore doppio”, ossia con due cuori». Il rischio sottolineato dal vescovo di Albano è che, prima o poi, la doppiezza del cuore si manifesterà come doppiezza di parola, diventando ipocrisia. «Ne parlò una volta Francesco – ha concluso Semeraro – quando distinse tre tipi di cristiano: della luce, delle tenebre e del grigio, ossia quelli che “una volta stanno da questa parte, un’altra da quella”. Noi, invece, abbiamo davvero bisogno di avere un cuore unificato, invocandolo da Dio che la santa mistica Gertrude di Helfta chiamava “amore unificante del mio cuore”. Noi, che abbiamo ancora due cuori, possiamo invocarlo alla stessa maniera e chiedergli di farne uno solo sicché la nostra vita sia una lode al suo Nome. Non stanchiamoci d’invocare col Salmo: “O Signore, unifica il mio cuore” o, ancora, traducendo le litanie del Sacro Cuore: “fa’ che io ti somigli, o Signore Gesù!”. Che è, poi, domanda d’imitazione di Cristo, di conformazione a Cristo. Se Egli ha un cuore, è doveroso e santo anche per noi avere un cuore».