Omelia nella traslazione delle salme dei Servi di Dio Guglielmo Grassi e Zaccaria Negroni, 3 marzo 2014

03-03-2014

Omelia

nella traslazione delle salme dei Servi di Dio Guglielmo Grassi e Zaccaria Negroni

 

Dalla lettura del Vangelo (cf. Mc 10,17-27) abbiamo appena ascoltato un racconto ricco di domande, di desideri, ma anche di stupore e di perplessità. È quadro emotivamente molto ricco. Ci commuove l'entusiasmo di questo tale (il racconto non gli dà un nome), che va incontro a Gesù portandogli tutte le sue aspirazioni: «che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?», gli domanda. Egli vuole entrare in una vita stabile, non precaria; una vita felice, non turbata, problematica. Ma poi ci commuove ancora, ma ci lascia perplessi il gesto con il quale lo stesso personaggio rattristato, scuro in volto, mette via tutte le sue attese e tutte le sue speranze e se ne torna nella normalità della vita, nelle cose di tutti i giorni. Per qualche momento ha avuto il desiderio, l'ansia di uscire fuori dal grigiore, ma poi vi ritorna. D'altra parte vorremmo pure entrare nell'animo di Gesù che ascolta, che guarda con amore quest'uomo e, al tempo stesso, non si lascia scoraggiare dagli esiti negativi di un colloquio, da un dialogo fallito. Forse anche nel cuore di Gesù, nel vedere questo giovane tirarsi indietro, saranno venute meno tante speranze. Tuttavia, alle perplessità, alle domande, agli interrogativi dei discepoli, Gesù torna a rispondere e riapre gli animi alle possibilità di Dio. Se noi volessimo dare una risposta alla domanda: che cos'è la santità? Quando uno è santo? Quando uno si apre alle possibilità di Dio, diremmo. Tutto è possibile a Dio!

 

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