Guardare, andare, incontrare.

Omelia nella veglia pasquale, Cattedrale di Albano
16-04-2017

1. Un angelo del Signore scese dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa (cfr Mt 28, 2). Questo racconto che abbiamo insieme ascoltato segna la pagina finale del vangelo secondo Matteo, eppure è come uno scenario che si apre sul «gran teatro del mondo», dove Dio è l’Autore e l’uomo l’Attore (cfr P. Calderón de la Barca, El gran teatro del mundo, vv.65-66). La pietra rotolata all’ingresso del sepolcro dove avevano deposto Gesù era sembrato un sipario calato con la scritta: fine! Invece tutto ricomincia in modo nuovo. Il sipario è aperto ed è l’avvio di una storia nuova. L’evangelista ce ne dà dei segnali: è l’alba, è un primo giorno… è, anzi, «l’alba del primo giorno»; c’è poi l’aspetto sfolgorante di un messaggero divino. Anche il suo vestito è bianco come la neve. Tutto vuol dirci che dal quel sepolcro non viene fuori una mummia, ma un Vivente; non la morte, ma la vita; non la fine, ma l’inizio. Il sepolcro scoperchiato è come un grembo materno al quale si sono «rotte le acque»; è lo specchio cosmico del costato aperto di Gesù morto sulla croce, dal quale sgorgò la sorgente della vita. A quella tomba vuota potremmo adattare il salmo che dice: «spaccò una rupe e ne sgorgarono acque» (105, 41). Da queste acque voi, carissimi Catecumeni, sarete bagnati in questa Veglia Pasquale. Per tutti, poi, riprendo dagli apocrifi Atti di Giovanni questo invito: «Attingete acqua dalla fonte viva del Signore, perché vi è stata aperta. Venite, voi tutti assetati, e prendete la bevanda; ristoratevi alla sorgente del Signore. Dalle labbra del Signore zampilla e dal cuore di lui prende nome. Felice chi ne bevve e vi trovò ristoro» (Atti di Giovanni, 24).