Vedranno in colui che trafissero

Introduzione alla riunione ordinaria del Consiglio Presbiterale diocesano
07-11-2019

Come introduzione ai lavori di questo nostro Consiglio ho pensato di proporvi alcune brevi riflessioni nella fiducia che possano essere utili in vista delle reazioni alle quattro domande che troviamo poste nella scheda di lavoro: cosa piantare, ovvero cosa fare di nuovo; cosa potare, ovvero cosa fare meno; cosa innestare, ovvero cosa fare meglio; cosa tagliare, ovvero cosa non fare. Ho scritto qualcosa al riguardo nella lettera pastorale Abbi cura di lui (cf. pp. 59-60).

Vi confido pure che ciò che sto per dire mi è stato ispirato dalla lettura di un primo resoconto, apparso sul quotidiano francese La Croix dello scorso 4 novembre, di una indagine che, lanciata dallo stesso giornale, tra marzo-giugno di quest’anno ha ottenuto 5000 risposte, collettive o individuali (#réparonsl’église). Ne ho tratto anzitutto il bisogno per la Chiesa (almeno sotto il profilo istituzionale) di un forte recupero di credibilità e, di conseguenza, la necessità di una riforma nei modi di pensare prima ancora che nelle strutture. C’è anche l’istanza del ritorno alla dinamica del Vaticano II, specialmente quanto alla presenza e al ruolo dei fedeli laici. «Il successo di questa indagine – conclude l’articolista – è l’avere messo in luce un grande bisogno di parlare ed essere ascoltati». L’ascolto, si propone in conclusione, è uno dei rimedi per uscire dalla crisi! Penso che sarebbe atto di onestà prendere sul serio queste istanze e riportarle nella nostra realtà di Chiesa di Albano.

1. Per questo incontro, tuttavia, suggerirei almeno tre punti. Il primo è il bisogno che, certamente, i nostri fedeli hanno di testimonianza. A questo tema, nella lettera pastorale ho dedicato il quarto capitolo, introducendomi con queste parole del Papa: «Seminiamo e diamo testimonianza. La testimonianza è l’inizio di un’evangelizzazione che tocca il cuore e lo trasforma. Le parole senza testimonianza non vanno, non servono! La testimonianza è quella che porta e dà validità alla parola». Chi, fra noi, non ha giù udito le parole di san Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni»? (cf. Evangelii nuntiandi, n. 41). Dobbiamo ammettere che un nostro problema non è quello di pronunciare delle parole «vere», quanto delle parole «veraci». Essere «veraci», infatti, non vuol dire semplicemente «dire la verità». È ben di più! È anche trasparenza, onestà con sé stessi e, perciò, con Dio e con gli altri. Veracità è onestà nel pensare, nel parlare e nell’agire; è, dunque, corrispondenza tra ciò che si pensa, o interiormente si sente e ciò che si dice, o si scrive. Quando tale corrispondenza manca, la comunicazione si complica, crea difficoltà e imbarazzo poiché si percepiscono due messaggi – uno esplicito e l’altro implicito (metacomunicato) – tra loro contrastanti e ciò, a sua volta, spinge chi ascolta a distrarsi, a non prestare attenzione… È valida anche per noi la condanna di Gesù: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno» (Mt 23,3). Nello stesso capitolo riservato alla testimonianza, nella Lettera pastorale ho sottolineato l’importanza di un volto di Chiesa ospitale, che si prende cura! L’icona di riferimento è il samaritano del Vangelo che si è fatto carico dell’emarginato e che, affidandolo all’albergatore, di fatto chiede a noi di coinvolgerci nel suo gesto: è l’amore del Christus totus, di Cristo capo e membra, che deve accogliere-sollevare-curare quell’infelice. Questa è la Chiesa madre, che si prende cura. La pastorale che a noi si chiede di realizzare non è quella «gnostica», capace solo di prescrivere ricette, ma la pastorale che tocca la carne di Cristo. Permettete che vi rilegga alcune parole rivolte dal Papa alla comunità del Seminario Regionale di Molfetta il 10 dicembre 2016: «Non si può essere sacerdote col distacco dal popolo. Vicinanza al popolo. E quello che ci ha dato l’esempio più grande di vicinanza è stato il Signore, non è vero? Con la sua synkatabasis si è fatto vicino, vicino, vicino fino a prendere la nostra carne. Vicinanza! Un sacerdote che si distacca dal popolo non è capace di dare il messaggio di Gesù. Non è capace di dare le carezze di Gesù alla gente […]. E vicinanza vuol dire pazienza; vuol dire bruciare [consumare] la vita, perché – diciamo la verità – il santo Popolo di Dio stanca, stanca! Ma che cosa bella è trovare un sacerdote che finisce la giornata stanco e che non ha bisogno delle pastiglie per addormentarsi bene! […] Quando tu trovi un sacerdote che si allontana dalla gente, che cerca altre cose – sì, viene, dice la Messa e poi se ne va, perché ha altri interessi rispetto al popolo fedele a lui affidato – questo fa male alla Chiesa. Vicinanza! Come Gesù è stato vicino a noi. Non c’è un’altra strada: è la strada dell’Incarnazione. Le proposte gnostiche sono tante oggi, e uno può essere un buon sacerdote, ma non cattolico; gnostico, ma non cattolico. No, no! Cattolico, incarnato, vicino, che sa accarezzare e soffrire con la carne di Gesù negli ammalati, nei bambini, nella gente, nei problemi, nei tanti problemi che ha la nostra gente. Questa vicinanza vi aiuterà tanto, tanto, tanto!»