da ilregno.it
Il primo Simposio delle Chiese cristiane che sono in Italia si è svolto a Bari il 23 e 24 gennaio, sul tema «Via italiana del dialogo». Nel corso dell’evento è stato firmato un Patto tra Chiese cristiane in Italia (cf. qui a p. 80). Ne abbiamo parlato con mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (CEI).
− Mons. Olivero, com’è nata e come si è sviluppata questa idea?
«Da tre anni a questa parte si è creato un tavolo di lavoro, al quale hanno partecipato i leader delle varie confessioni cristiane che sono in Italia. In questo contesto abbiamo lavorato innanzitutto per conoscerci, e poi per chiederci quale cammino ecumenico volevamo compiere. In questi tre anni ci siamo ritrovati in incontri di un’intera giornata, e con il metodo della conversazione spirituale abbiamo lavorato su questa domanda.
Di qui è emersa l’idea, per così dire, di passare all’azione, cioè di fare qualcosa insieme che ci impegnasse anche per il futuro, e così siamo giunti a scrivere insieme un patto e a firmarlo. All’interno del patto uno dei primi impegni che ci siamo assunti è quello della fedeltà al patto stesso. Che cosa vuol dire? Vuole dire impegnarsi a stare seduti a quel tavolo qualunque cosa capiti tra noi, ma anche nel contesto esterno, perché una delle questioni che abbiamo visto in questi ultimi anni è che la situazione geopolitica influenza i rapporti tra noi in Italia.
Quindi questo è stato il cambio di passo che è avvenuto: dall’idea all’azione, giungendo a fare un patto che ci impegna per il cammino futuro.
In secondo luogo, questo patto ci impegna a lavorare insieme per la coesione sociale. Un’altra cosa che abbiamo notato, infatti, è che l’ecumenismo deve diventare meno “autocentrato”. La storia dell’ecumenismo è una storia bellissima, perché esso ha fatto dei grandi passi, ma sostanzialmente si è concentrato sui problemi tra le Chiese. Il passo in più è che possiamo lavorare insieme per contribuire alla coesione sociale, che è un problema rilevante della nostra società.
Questi sono un po’ i due grandi aspetti, assieme anche alla volontà di dire insieme il cristianesimo nella nostra società, mantenendo le differenze e non annullandole. Dire insieme il cristianesimo oggi è una delle grandi sfide che abbiamo davanti».
− In questo percorso ci sono stati degli scogli da superare o il suo sviluppo è stato armonioso?
«Sostanzialmente non abbiamo incontrato grandi scogli, nel senso che su questa linea ci siamo trovati tutti; ciò che a volte ha creato difficoltà sono state le tempistiche. E questo perché ovviamente ciascuno deve consultare la propria Chiesa su ogni passaggio, e questa è una difficoltà, dal momento che le Chiese non sono più organizzazioni verticistiche. Anch’io in ogni passaggio mi sono confrontato con la CEI.
L’altro problema è legato agli evangelicali e ai pentecostali: alcuni di essi erano presenti a Bari, e questa è stata una cosa molto bella, ma non hanno firmato, quindi c’è ancora un cammino da fare».
La via italiana
− Da questo punto di vista, perché il titolo del Simposio era proprio «La via italiana del dialogo», quali caratteristiche le sembra che emergano da questa via italiana? Non è più vissuta come un limite la situazione maggioritaria della Chiesa cattolica?
«Credo che la cosa bella sia stata il fatto che al tavolo ci siamo seduti alla pari, e questo sedersi alla pari dice un grande sforzo nel riconoscimento dell’altro, soprattutto da parte della Chiesa cattolica, che in Italia continua a essere maggioritaria. Quindi sedersi alla pari vuole dire che tutti crediamo a ciò che questo cammino può generare e siamo disponibili nei confronti dell’indirizzo comune che emergerà. La sensazione che ho avuto è che davvero tutti quelli che hanno firmato fossero convinti. E si respirava un entusiasmo particolare che mi auguro continui.
Quanto alla “via italiana del dialogo”, questa espressione significa che noi, che abitiamo questo pezzo di terra che è l’Italia, vogliamo fare un cammino insieme vedendo dove ci porta, ma mettendo insieme ciò che abbiamo e ciò che siamo, lavorando soprattutto su questi due fronti a cui prima ho accennato.
Da un lato, quindi, dire insieme il cristianesimo alla nostra società, che è secolarizzata e post-secolare, dove il mondo religioso e nello specifico il cristianesimo sono visti come irrilevanti, come un mondo a parte. Dall’altro lato, in questa stessa società italiana c’è una rinascita di ricerca spirituale, che però noi non incrociamo, perché si muove al di fuori delle Chiese istituzionalizzate.
Desideriamo quindi provare a intercettare insieme questa ricerca spirituale; uno dei laboratori del Simposio di Bari era proprio su questo tema. Proprio la nostra diversità come Chiese in questo caso si presenta come opportunità. Possiamo vedere la differenza come ricchezza in quanto offre possibilità multiformi per intercettare una ricerca che nella nostra società effettivamente è molto viva, è molto presente, più di quanto non fosse trent’anni fa.
E poi c’è la questione del rapporto con lo spazio pubblico, un tema molto serio e che richiede ancora molto lavoro per le Chiese e per le religioni. È il tema del pluralismo, del nostro stare dentro uno spazio pubblico che è plurale, sapendo che noi siamo una delle visioni del mondo, non la visione del mondo.
Se già tra noi Chiese riusciamo ad avere questa consapevolezza, in un mondo abbastanza ideologizzato, possiamo dare un apporto per una migliore convivenza che credo sia urgente. Questo ci obbliga ad affrontare un tema molto attuale, che è quello della posizione delle religioni all’interno dello spazio pubblico, cioè il rapporto con la laicità.
Nel nostro contesto italiano c’è un po’ l’idea che lo spazio pubblico sia laico nel senso di “neutro” rispetto a Dio; in realtà ci stiamo rendendo conto che esso è abitato da una pluralità di visioni. Pertanto nel futuro la questione sarà come possano convivere visioni religiose e non religiose, e come la visione religiosa possa portare un contributo alla società. Su questo, da un lato, le religioni e le Chiese devono ancora allenarsi ad avere un atteggiamento non impositivo rispetto allo spazio pubblico; dall’altro, la mentalità laica deve allenarsi ad accogliere all’interno dello spazio pubblico una visione religiosa, e questo è certamente una sfida per il futuro».
La CEI dedicherà una propria assemblea all’ecumenismo
− Si sono già delineate ulteriori prospettive di sviluppo?
«I temi dei laboratori del Simposio tracciano il cammino del prossimo futuro: uno era sulla ricerca spirituale, uno su religione e spazio pubblico, uno sull’ecumenismo come grammatica di pace, e due su temi più interni, cioè l’ospitalità eucaristica e i matrimoni misti. Adesso il cammino è duplice: da un lato portare questo spirito, questa modalità di lavoro nei territori; dall’altro dare una struttura più precisa a quello che fino a ora è stato quasi un cammino informale».
− Che effetti ha avuto questo percorso all’interno della CEI?
«L’ultimo Consiglio permanente ha deciso che una delle prossime assemblee generali venga dedicata al tema dell’ecumenismo e del dialogo, e questo credo sia un altro passo storico, perché purtroppo l’ecumenismo è ancora un’istanza di vertice o di nicchia, e alla fine rimane come uno degli ultimi cassetti da aprire.
Questa decisione dice davvero la voglia e l’urgenza di cambiare la situazione, anche perché oggi non è solo un problema dell’ecumenismo, ma anche della nostra Chiesa: è necessario uscire dall’autoreferenzialità e riconoscere che siamo in un momento faticoso. Diminuiscono i partecipanti, diminuisce il clero, le nuove generazioni sono poco presenti, e di fronte a queste problematiche da un lato si sviluppa un clima depressivo, e dall’altro aumenta la cura dell’organizzazione.
Probabilmente invece una delle urgenze più forti è un rinnovato dialogo con la realtà che ci circonda, con la vita vera della gente e con una realtà plurale. Questo dialogo non è più un dettaglio, è diventato il tema. Pertanto quelli che si occupano di ecumenismo oggi più che mai dovrebbero essere i trascinatori dello stile della Chiesa, perché, come dice il teologo Tomáš Halík, dopo un primo ecumenismo tra le Chiese e dopo un secondo ecumenismo con le altre religioni, adesso ci aspetta il terzo ecumenismo, che è quello con i non credenti: dall’ateo all’agnostico al cercatore spirituale.
Proprio a livello di Chiesa italiana, in tutte le diocesi, in tutte le regioni stiamo lavorando proprio su queste piste che riteniamo fondamentali: la forma dialogica della Chiesa cattolica; dire insieme il cristianesimo; Chiese, religioni e spazio pubblico; quale tipo di laicità in Italia; e infine i problemi concreti dell’ecumenismo. Chiediamo a tutti i delegati e a tutte le équipe che si occupano di ecumenismo di lavorare su questo tema, per giungere in forma sinodale all’Assemblea dei vescovi già con questa sensibilità di base».
− Il metodo sinodale ha fatto presa.
«Sia nella Commissione per l’ecumenismo che presiedo, sia nell’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo abbiamo preso molto sul serio lo stile sinodale e ci stiamo lavorando ormai da quest’autunno. Il convegno dei delegati per l’ecumenismo e il dialogo che abbiamo fatto a Catania a novembre era tutto su queste tematiche: dopo aver fatto un primo giro d’ascolto nelle diocesi, abbiamo organizzato il convegno proprio su ciò che la base ci ha detto e ora abbiamo rilanciato la riflessione, che giungerà a una sintesi finale nazionale».
− All’iniziativa di Bari ha partecipato anche un esponente della Chiesa ortodossa russa…
«Ne siamo stati davvero molto felici, perché in altre occasioni non erano stati presenti e invece qui − un momento molto visibile − hanno accettato d’essere presenti, e questo rappresenta il primo frutto di quell’aspetto che è descritto nel Patto. Al di là di quello che succede nella madrepatria, in questo caso in Russia, noi che siamo qui e gli ortodossi russi che sono qui, che cosa possiamo fare congiuntamente per camminare insieme?».
− Come si sono svolte le preghiere durante il Simposio di Bari?
«Per le preghiere abbiamo scelto una grande preghiera tutti insieme, in cattedrale, la celebrazione ecumenica, e poi però di pregare separatamente secondo i culti cattolico, ortodosso, protestante nelle comunità. In primo luogo, perché riuscire a pregare insieme all’altro nella sua forma è un passo rilevante, un gesto importante e difficile di vero riconoscimento: se io cattolico prego con l’ortodosso nella sua forma, vuole dire che sto riconoscendo che la sua forma vale. E poi anche per conoscere e valorizzare le comunità presenti





