La non-violenza, metodo dei martiri. Omelia solennità di San Pancrazio, patrono della Città e Diocesi di Albano, 12 maggio 2015

12-05-2015
1. Un grande devoto di san Pancrazio, il Patrono per il quale oggi noi facciamo festa, fu san Giovanni Bosco, del quale quest’anno ricorre il bicentenario della nascita (1815-2015). La nostra Chiesa ha non pochi legami con lui. Ho voluto, perciò, nei giorni passati rileggere la biografia che egli scrisse del nostro Protettore, soffermandomi in particolare sulla narrazione del martirio (cfr Vita di San Pancrazio Martire. Con appendice sul Santuario a lui dedicato vicino a Pianezza, Tip. Di G.B. Paravia e Comp., Torino 1856).
Don Bosco presenta Pancrazio come un adolescente, che replica con coraggio alle domande dell’imperatore Diocleziano: «Chi sei tu?». «Io son cristiano», risponde, e «l’imperatore ammirò una risposta così pronta e precisa». Poi, alla proposta di rinunciare alla fede cristiana in cambio di dignità e ricchezze, Pancrazio replica: «Bel cambio, o imperatore, volete che faccia! Lasciare il regno celeste, che è certo, per l’impero del mondo che è incerto …» (p. 30-31). Pancrazio è non solo intelligente e ardimentoso, ma è anche capace d’ironia! Ma non si fa dell’ironia con chi ha il potere; almeno finché ce l’ha! Diocleziano perciò lo rimprovera: «Fanciullo presuntuoso ed arrogante, con chi tu credi di parlare?» (p. 32).
La passio continua. Pancrazio è condannato e portato al luogo destinato per il supplizio. Per via – continua a raccontare D. Bosco – tra la folla erano presenti «due occulti cristiani, che meravigliati della costanza del tenero fanciullo andavano l’un l’altro dicendo: “in questo nobile garzoncello io miro rinnovarsi il nobilissimo esempio di Isacco. Egli è questi come quell’innocentissimo agnello prossimo ad essere sacrificato al grande Iddio; ma con quanta diversità! Quello era mesto pel dubbio di morire, lieto è questi per la certezza e pel desiderio della morte; quello aveva il pianto sugli occhi; questi ha la gioia sulle labbra; quello interrogava: dove è la vittima? questi se fosse interrogato, arditamente risponderebbe: io sono la vittima. Ah quanto adunque egli è glorioso e fortunato! Egli fra alcuni istanti comincierà a godere e godrà per tutta un’eternità quel G. C. di cui Isacco ne era figura, e di cui Pancrazio ne è seguace» (p. 37).
 

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