Omelia in chiusura della Visita pastorale nel Vicariato di Anzio, 23 febbraio 2014

23-02-2014

1. Concludiamo con la lode al Signore questa tappa della Visita Pastorale nel Vicariato di Anzio. Un saluto particolare lo rivolgo ai fratelli sacerdoti e parroci e pure alle comunità parrocchiali, rappresentate da tutti voi che partecipate a questa Santa Messa. Un grazie speciale lo riservo ai cari Convisitatori, che pazientemente e fedelmente mi hanno accompagnato nel cammino di questi mesi.
Avete detto più volte che l'esperienza della Visita è stata per voi d'incoraggiamento ad una pastorale più convergente e integrata, in sintonia coi percorsi e gli orientamenti diocesani. Sono contento nel sentirlo ripetere, ma anche io devo confidarvi che la Visita Pastorale ha lasciato in me una traccia positiva: ho veduto più da vicino tante realtà e incontrato tante persone; con alcuni c'è stata una frequenza più assidua. Ho, dunque, molte ragioni per volervi più bene, per amarvi di più, per servirvi di più.
 

2. Cerchiamo ora di lasciarci impregnare dal profumo della parola del Signore, che questa sera è stata proclamata. Particolarmente nella lettura del Vangelo essa si è mostrata molto, molto esigente. Pensiamo solo a questo comando di Gesù: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». È una di quelle parole che, se ascoltate in una situazione tranquilla, possono lasciarti sorpreso e perfino ammirato: com'è alto l'ideale che Gesù ci propone! Sì, il Vangelo è proprio il messaggio che ci vuole per animi grandi e nobili. Poi aggiunge: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»! A Gesù non piacciono le persone mediocri; piace, piuttosto, chi vuol volare alto, chi è ardimentoso.
Se, però, questa stessa parola del Signore noi l'ascoltiamo dopo avere subito un'offesa e un insulto; anzi, dopo avere fatto l'esperienza bruciante dell'ingratitudine, del voltafaccia, dell'inimicizia e della ingiustizia, allora, questa di Gesù, è una parola che ci fa scoppiare in pianto. Se, addirittura, non ci fa rabbia. Ma come si fa!?
Gesù, questo, lo sa bene. Ecco perché ci dà prima un attimo di suspense: «ma io vi dico». Poi ci svela la sua intenzione: «affinché siate figli»! Gesù non ci chiede un processo di crescita; egli non ci propone una morale, sicché pian piano, attraverso delle pratiche ascetiche, arriviamo finalmente ad una maturazione tale da riuscire ad amare il nemico. No. Gesù sa bene che quanto ci chiede è «moralmente» impossibile. Per questo non c'indica una morale, ma c'introduce in una mistica. Ci introduce, cioè, nell'esperienza viva dell'amore trasformante di Dio.
Chiedendoci di amare il nemico, Gesù non ci domanda di fare qualcosa, di aggiungere qualcosa ai nostri comportamenti di prima. No. Ci chiama semplicemente a una nuova nascita: «affinché siate figli», dice. Egli non prende spunto da ciò che possiamo fare da noi. Egli parte, invece, dalla sua condizione di «Figlio» e c'invita a condividerla per essere così in grado di amare come lui e anche di perdonare come lui. Diventare «figli» in lui, il Figlio. E questo vuol dire essere «perfetti» (téleioi), ossia «completati», persone «compiute».

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