28 luglio 2026

martedì della XVII settimana del tempo ordinario

 

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13, 36-43).

 

Il brano costituisce la spiegazione che Gesù offre ai discepoli della parabola della zizzania (Mt 13,24-30). Dopo aver parlato alle folle in parabole, Gesù entra in casa, luogo dell’intimità con i suoi discepoli, i quali gli chiedono: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Questa richiesta manifesta il desiderio di andare oltre il racconto per coglierne il significato profondo. La parabola, infatti, non è un semplice esempio morale, ma una rivelazione del mistero del Regno di Dio.

Gesù inizia identificando i diversi protagonisti della parabola. Il seminatore del buon seme è il Figlio dell’uomo, titolo con il quale Gesù designa sé stesso, richiamando la figura gloriosa di Daniele 7. Il campo è il mondo, non soltanto la comunità dei credenti. Con questa precisazione Matteo allarga l’orizzonte: il Regno opera nell’intera storia umana.

Il buon seme rappresenta i figli del Regno, cioè coloro che accolgono la Parola e lasciano che essa trasformi la loro vita. La zizzania sono i figli del Maligno, mentre il nemico che l’ha seminata è il diavolo. Gesù riconosce così la presenza del male nella storia, ma ne sottolinea anche l’origine: il male non proviene da Dio, bensì dall’azione del nemico.

Successivamente Gesù interpreta il tempo della mietitura. La mietitura è la fine del mondo, mentre i mietitori sono gli angeli. L’immagine richiama il linguaggio profetico dell’Antico Testamento, dove la mietitura rappresenta spesso il momento del giudizio definitivo. Soltanto allora avverrà la separazione tra il grano e la zizzania.

Il punto centrale dell’insegnamento di Gesù riguarda proprio la pazienza di Dio. Nella parabola precedente i servi desideravano estirpare subito la zizzania, ma il padrone lo aveva proibito per non danneggiare anche il grano. Ora Gesù spiega il motivo: il giudizio definitivo appartiene a Dio e non agli uomini. Durante il tempo della storia il bene e il male convivono, crescono insieme e spesso appaiono intrecciati persino nel cuore della stessa persona. Pretendere di eliminare immediatamente ogni forma di male significherebbe sostituirsi al giudizio divino.

Questa prospettiva corregge ogni tentazione di costruire una comunità composta soltanto da persone perfette. La Chiesa vive nel mondo e condivide la complessità della storia umana. Al suo interno convivono santità e fragilità, fedeltà e incoerenza. Il compito dei discepoli non è quello di anticipare il giudizio finale, ma di perseverare nel bene, confidando nella giustizia di Dio.

Gesù descrive poi il giudizio con immagini solenni: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono l’iniquità». Il termine “scandali” indica tutto ciò che induce al peccato e ostacola il cammino verso Dio. Essi saranno eliminati definitivamente, perché nel Regno definitivo non vi sarà più spazio per il male.

L’immagine della fornace ardente, accompagnata dal pianto e dallo stridore di denti, appartiene al linguaggio simbolico apocalittico. Essa non intende descrivere materialmente la sorte dei malvagi, ma esprimere con forza la serietà del rifiuto definitivo di Dio e delle sue conseguenze.

Il brano si conclude con una delle immagini più luminose dell’intero Vangelo: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel Regno del Padre loro». L’espressione richiama Daniele 12,3, dove i giusti risplendono come le stelle del cielo. La meta finale della storia non è il giudizio in sé, ma la piena comunione con Dio, nella quale i giusti partecipano della sua stessa gloria.

Gesù termina con il consueto invito: «Chi ha orecchi, ascolti!». Non si tratta semplicemente di udire delle parole, ma di accoglierle come criterio di vita.

Da un punto di vista teologico, questo brano offre alcune indicazioni fondamentali. Anzitutto afferma che il male è una realtà presente nella storia, ma non possiede l’ultima parola. In secondo luogo insegna che Dio esercita una pazienza misericordiosa, concedendo tempo alla conversione prima del giudizio. Infine ricorda che il discernimento ultimo appartiene esclusivamente a Dio, mentre ai discepoli è affidata la missione di perseverare nel bene e di testimoniare il Regno senza cedere alla tentazione della condanna o della violenza.

Per la vita spirituale, la spiegazione della parabola invita ciascun credente a riconoscere che il campo da coltivare non è soltanto il mondo, ma anche il proprio cuore. In esso convivono semi di bene e resistenze al Vangelo. La conversione consiste nel lasciare che il Signore purifichi progressivamente la nostra vita, senza scoraggiarsi di fronte alla lentezza del cammino. La speranza cristiana nasce dalla certezza che il bene seminato da Cristo porterà certamente frutto e che, al termine della storia, la luce del Regno vincerà definitivamente ogni forma di male (Don Gian Franco Poli).