8 agosto 2026

8 – sabato – San Domenico presbitero

 

In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».  E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» (Mt 17, 14-20).

 

Il racconto si colloca immediatamente dopo la Trasfigurazione. Gesù scende dal monte, dove Pietro, Giacomo e Giovanni hanno contemplato per un istante la sua gloria, e torna nella vita ordinaria, dove lo attendono il dolore, la sofferenza e il fallimento dei suoi discepoli. È quasi un’immagine dell’intero mistero cristiano: l’esperienza di Dio non conduce a fuggire il mondo, ma rende capaci di abitarlo con uno sguardo nuovo.

Ad accogliere Gesù c’è un padre disperato. Si inginocchia davanti a lui e non formula un discorso elaborato; pronuncia soltanto una preghiera che nasce dal cuore: «Signore, abbi pietà di mio figlio». Ogni autentico cammino di fede comincia proprio qui, quando l’uomo riconosce di non bastare a sé stesso e affida a Dio ciò che da solo non riesce più a portare.

Il particolare forse più doloroso del racconto non è però la malattia del ragazzo, ma il fallimento dei discepoli. Il padre dice con semplicità: «L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». Coloro che erano stati inviati da Gesù e avevano ricevuto il potere di annunciare il Regno e vincere il male, questa volta sperimentano l’impotenza. Matteo non nasconde questa debolezza della comunità apostolica. La Chiesa non nasce da uomini perfetti, ma da uomini che imparano, anche attraverso gli insuccessi, a confidare sempre meno nelle proprie capacità e sempre più nella forza del Signore.

Per questo Gesù reagisce con parole che possono sembrare dure: «O generazione incredula e perversa!». Non è l’espressione di uno sfogo, ma il dolore di chi vede una fede incapace di diventare affidamento concreto. Il problema non è semplicemente l’incapacità di compiere un miracolo; è una relazione con Dio ancora fragile, intermittente, facilmente sostituita dalla sicurezza nei propri mezzi.

Quando i discepoli, rimasti soli con Gesù, gli domandano il motivo del loro fallimento, ricevono una risposta tanto semplice quanto esigente: «Per la vostra poca fede». Gesù non parla della quantità della fede, ma della sua qualità. La fede non è un sentimento intenso né una convinzione teorica; è una relazione viva con Dio che permette alla sua forza di operare attraverso la fragilità dell’uomo. È significativo che i discepoli non chiedano: «Quale tecnica abbiamo sbagliato?», ma «Perché non ci siamo riusciti?». È la domanda di chi comprende che la missione non dipende anzitutto dall’efficienza, ma dalla comunione con il Signore.

A questo punto Gesù utilizza una delle immagini più suggestive del Vangelo: «Se avrete fede quanto un granello di senape…». Il granello di senape è minuscolo, quasi insignificante. Eppure contiene una forza vitale sorprendente. Così è la fede autentica: può apparire piccola, povera, perfino fragile, ma quando è radicata in Dio possiede una capacità di trasformazione che supera ogni previsione umana. Non è la grandezza della fede a compiere il miracolo, ma la grandezza di Dio al quale quella fede si affida.

Per questo Gesù può affermare che una simile fede è capace di spostare le montagne. Nella Scrittura la montagna rappresenta ciò che sembra irremovibile: gli ostacoli, le paure, le resistenze interiori, le situazioni senza via d’uscita. Gesù non invita a cercare prodigi spettacolari; insegna piuttosto che, quando l’uomo si affida realmente a Dio, anche ciò che appare impossibile può trovare una strada nuova.

Questa pagina evangelica possiede una particolare forza anche per chi è impegnato nell’accompagnamento formativo. Ogni formatore conosce l’esperienza del limite: situazioni che non cambiano, fragilità che sembrano ripetersi, percorsi che non producono i frutti sperati. La tentazione è quella di moltiplicare strumenti, strategie o metodi. Gesù, invece, invita a tornare alla sorgente. Prima delle competenze educative viene la qualità della relazione con lui. L’accompagnamento diventa realmente fecondo quando nasce da una vita abitata dalla fede, dalla preghiera e dal discernimento.

Anche il formando trova in questo brano una luce preziosa. La maturazione spirituale non consiste nel diventare forti fino a non avere più limiti, ma nell’imparare ad affidare continuamente a Dio la propria fragilità. Il granello di senape diventa così il simbolo di ogni autentico cammino vocazionale: piccoli passi, apparentemente modesti, ma compiuti con perseveranza e fiducia, possono trasformare lentamente tutta l’esistenza.

Alla fine, il Vangelo non celebra il miracolo compiuto, ma la fede ritrovata. Gesù ricorda ai suoi discepoli che la vera forza della missione non nasce dal protagonismo umano, bensì dall’intima comunione con il Padre. Solo chi vive di questa comunione può diventare strumento attraverso il quale Dio continua a liberare, guarire e donare speranza. In questo senso, il granello di senape rimane una delle immagini più consolanti del Vangelo: Dio non chiede una fede perfetta, ma una fede autentica, umile e disponibile. A partire da quella piccola apertura del cuore, egli può compiere opere che superano ogni aspettativa umana (Don Gian Franco Poli).