lunedì della prima settimana di quaresima
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (Mt 25, 31-46).
Questo brano conclude il discorso escatologico di Gesù, non è una parabola in senso stretto, ma una rivelazione solenne del giudizio finale. «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria…». Gesù si presenta come giudice universale, riprendendo l’immagine di Dan 7,13-14. Il giudizio è descritto con immagini regali e pastorali: il trono della gloria, le nazioni radunate e la separazione tra pecore e capri. Non è un giudizio arbitrario, ma una manifestazione della verità. Il criterio non è: l’appartenenza formale, il successo religioso, le opere straordinarie, ma l’amore concreto verso i più piccoli. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare…». Le sei opere citate riguardano bisogni fondamentali: fame, sete, accoglienza, nudità, malattia, prigionia. Il punto decisivo è la parola: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Qui emerge una delle affermazioni più radicali del Vangelo: Cristo si identifica realmente con il povero. Non è una metafora morale, ma una presenza misteriosa. Il giudizio finale svela ciò che nel tempo restava nascosto: ogni gesto di carità è stato un incontro con Cristo. Colpisce che la condanna non riguarda crimini clamorosi, ma omissioni: «Non mi avete dato… non mi avete visitato…». Il peccato qui è l’indifferenza. Non aver amato equivale a non aver riconosciuto Cristo. Mt 25,31-46 non è un testo di paura, ma di verità luminosa: alla fine resterà solo l’amore. Il giudizio non introduce un criterio nuovo; rende manifesto ciò che già ogni giorno decide il nostro cuore (Don Gian Franco Poli).





