lunedì della quinta settimana di Pasqua
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».
Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 21-26).
Il brano si colloca nel cuore dei discorsi di addio di Gesù nel Vangelo di Giovanni. È un testo denso, quasi intimo, nel quale il Maestro non si limita a dare indicazioni, ma consegna ai discepoli il senso profondo della relazione che continuerà dopo la sua Pasqua.
Il punto di partenza è sorprendentemente semplice e radicale: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (v. 21). Gesù non separa mai l’amore da lui dalla concretezza della vita. L’amore non è un sentimento generico, ma una relazione che si traduce in fedeltà, in ascolto, in pratica. I “comandamenti” non sono un peso esterno, ma la forma concreta attraverso cui la relazione con Cristo prende corpo nella storia. In Giovanni, il comandamento è essenzialmente uno: l’amore vissuto secondo lo stile di Gesù.
Ma ciò che segue è ancora più profondo: l’amore apre alla rivelazione. «Io lo amerò e mi manifesterò a lui». Qui si tocca un nodo decisivo della teologia giovannea: Dio si rivela non semplicemente a chi sa, ma a chi ama. La conoscenza di Dio non è anzitutto intellettuale, ma relazionale. È nell’obbedienza dell’amore che il discepolo entra in una conoscenza “interna”, trasformante.
A questo punto interviene la domanda di Giuda (non l’Iscariota), che esprime una difficoltà molto umana: perché Gesù si manifesta solo ad alcuni e non al mondo? La risposta di Gesù non è teorica, ma esistenziale: «Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23).
Qui si apre una delle affermazioni più alte del Vangelo: la vita cristiana è dimora di Dio nell’uomo. Non si tratta solo di seguire Gesù, ma di essere abitati da Lui. L’amore diventa lo spazio nel quale il Padre e il Figlio prendono dimora. È un linguaggio che richiama il tempio, ma lo supera: il vero tempio è il cuore del credente.
Al contrario, «chi non mi ama non osserva le mie parole». Non è una condanna, ma una constatazione: senza amore, la parola resta esterna, non trasforma, non genera vita. Gesù poi ricorda che tutto ciò che ha detto proviene dal Padre. Questo radica la sua parola nella comunione trinitaria: ascoltare Gesù significa entrare nella relazione tra il Padre e il Figlio.
Infine, il brano si apre al futuro della Chiesa con la promessa dello Spirito: «Il Paraclito, lo Spirito Santo… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (v. 26). Lo Spirito non porta una rivelazione diversa, ma rende viva e attuale quella di Gesù. Egli è: maestro interiore, che guida alla comprensione profonda; memoria vivente, che rende presente la parola nel tempo. La Chiesa, quindi, non vive di nostalgia, ma di memoria viva: lo Spirito rende contemporaneo Cristo in ogni epoca (Don Gian Franco Poli).





