Venerdì Santo
Il racconto della passione in Vangelo secondo Giovanni 18,1–19,42 si distingue per il suo tono solenne e quasi “regale”: non è solo la narrazione di una sofferenza, ma la rivelazione di un mistero in cui Gesù Cristo appare pienamente padrone della situazione, anche nel momento in cui viene arrestato, giudicato e crocifisso.
La scena si apre nel giardino, dove Gesù non fugge né si nasconde, ma si fa avanti liberamente. Quando dice “Sono io”, le guardie indietreggiano e cadono a terra: è un dettaglio tipicamente giovanneo che suggerisce come, anche nell’arresto, sia Lui a guidare gli eventi. Non è vittima passiva, ma offre se stesso. Persino nel chiedere che i discepoli siano lasciati andare, mostra la cura per i suoi.
Segue il processo, articolato tra le autorità giudaiche e Ponzio Pilato. Qui emerge un forte contrasto: da una parte Gesù, che parla con calma e verità, testimoniando di essere re, ma di un regno che non è di questo mondo; dall’altra Pilato, figura incerta, che intuisce l’innocenza di Gesù ma resta prigioniero delle pressioni esterne e del timore politico. Il dialogo tra i due è uno dei punti più alti del Vangelo: Gesù non difende se stesso nel senso umano, ma rivela la verità, mentre Pilato si sottrae con la domanda “Che cos’è la verità?”.
La flagellazione e l’incoronazione di spine sono raccontate con pochi tratti, ma con grande forza simbolica. Gesù viene vestito da re per scherno, e tuttavia proprio in quel momento appare realmente come re. Quando Pilato lo presenta dicendo “Ecco l’uomo”, e poi “Ecco il vostro re”, Giovanni lascia intravedere un significato più profondo: in quell’uomo umiliato si manifesta la vera regalità, quella dell’amore che si dona.
La crocifissione è descritta senza toni drammatici eccessivi, quasi con sobrietà. Gesù è innalzato sulla croce come su un trono. L’iscrizione “Re dei Giudei” diventa, senza che Pilato lo sappia pienamente, una proclamazione di verità. Ai piedi della croce, il gesto di affidare la madre al discepolo amato apre una dimensione nuova: nasce una comunità fondata sull’amore e sulla relazione con Lui.
Il momento della morte è presentato in modo solenne: Gesù, “sapendo che tutto è compiuto”, pronuncia il suo ultimo “È compiuto” e consegna lo spirito. Non è una fine tragica, ma il compimento di una missione. Dal suo fianco trafitto escono sangue e acqua, segni ricchi di significato: la vita nuova che nasce dalla sua donazione totale.
Infine, la sepoltura, con Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, è raccontata con dignità e cura. Anche qui si percepisce una luce di speranza: non è una conclusione definitiva, ma una soglia.
Nel suo insieme, questo lungo racconto non insiste tanto sul dolore fisico quanto sul significato profondo degli eventi: la passione è l’ora della glorificazione. In Giovanni, la croce non è solo sofferenza, ma rivelazione suprema di chi è Dio: amore che si dona fino alla fine, in modo libero e sovrano (Don Gian Franco Poli).





