martedì della settima settimana di Pasqua
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te» (Gv 17, 1-11a).
Il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni ci introduce in uno dei testi più alti e profondi di tutta la Scrittura: la cosiddetta “preghiera sacerdotale” di Gesù. Dopo aver parlato ai discepoli nel lungo discorso di addio, ora Gesù non si rivolge più direttamente a loro, ma al Padre. È come se ci fosse concesso di entrare nell’intimità stessa del dialogo trinitario. Il Vangelo ci apre una finestra sul cuore di Cristo.
Il testo inizia con un gesto semplice ma densissimo di significato: «Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse…» (Gv 17,1). Nella Bibbia alzare gli occhi significa affidarsi, orientare tutto sé stessi verso Dio. Gesù si trova ormai alla soglia della passione; l’ora della croce è imminente. Eppure non prevale la paura, ma la relazione con il Padre. Nel momento decisivo della vita, Cristo non si chiude nell’angoscia, ma entra nella preghiera.
La prima parola che pronuncia è decisiva: «Padre, è venuta l’ora» (Gv 17,1). Nel Vangelo di Giovanni l’“ora” non indica semplicemente un momento cronologico; è il compimento della missione di Gesù. È l’ora della croce, ma nello stesso tempo l’ora della glorificazione. Qui sta il grande paradosso cristiano: ciò che agli occhi del mondo appare fallimento, agli occhi di Dio diventa rivelazione dell’amore più grande.
Quando sentiamo la parola “gloria”, rischiamo di immaginare potenza, successo, trionfo umano. Per Giovanni, invece, la gloria di Dio si manifesta nell’amore che si dona fino alla fine. Gesù glorifica il Padre offrendo la propria vita. La croce non sarà l’umiliazione definitiva di Cristo, ma il luogo in cui l’amore del Padre diventerà pienamente visibile.
Gesù continua dicendo: «Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna» (Gv 17,2). È importante notare che il centro della missione di Cristo non è il giudizio, ma il dono della vita. E subito Gesù spiega cosa sia questa vita eterna: «Che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).
Nella mentalità biblica “conoscere” non significa soltanto comprendere intellettualmente. Significa entrare in relazione profonda, vivere una comunione reale. La vita eterna non comincia soltanto dopo la morte; inizia già ora, ogni volta che l’uomo entra in comunione con Dio. L’eternità, nel Vangelo, non è prima di tutto una durata infinita, ma una qualità nuova della vita, illuminata dalla presenza di Dio.
Questo è un messaggio fondamentale anche per il nostro tempo. Molti uomini cercano vita, felicità, pienezza, ma spesso la cercano soltanto nell’efficienza, nel possesso o nel successo. Gesù invece rivela che la vera vita nasce dalla relazione: dal conoscere Dio, dal lasciarsi amare da Lui, dal vivere nella comunione.
Poi Cristo afferma: «Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Gv 17,4). Gesù guarda la sua esistenza come una missione ricevuta dal Padre e vissuta nella fedeltà. Non ha cercato sé stesso, non ha inseguito il consenso, non ha costruito un potere personale. Tutta la sua vita è stata orientata a manifestare il volto del Padre.
Questa parola interpella profondamente anche la vita cristiana. Ogni vocazione — sacerdotale, consacrata, familiare, educativa — trova autenticità quando smette di essere autoreferenziale e diventa trasparenza di Dio. La vera fecondità nasce dalla fedeltà alla missione ricevuta.
Nella seconda parte del testo Gesù prega per i suoi discepoli: «Erano tuoi e li hai dati a me» (Gv 17,6). Colpisce la tenerezza con cui parla di loro. Sono fragili, spesso incapaci di comprendere, presto fuggiranno davanti alla croce; eppure Gesù li custodisce nel cuore e li presenta al Padre.
È molto bello osservare che, prima della passione, Gesù non pensa anzitutto a sé stesso, ma ai suoi. La preghiera diventa intercessione. Cristo porta davanti al Padre il volto concreto dei discepoli, la loro storia, la loro debolezza, il loro futuro.
Infine dice: «Padre santo, custodiscili nel tuo nome» (Gv 17,11a). È una richiesta piena di delicatezza spirituale. Gesù sa che i suoi discepoli rimarranno nel mondo, esposti alla fatica della storia, alle persecuzioni, alle divisioni, alle prove della fede. Per questo chiede al Padre di custodirli.
Anche oggi la Chiesa vive di questa custodia. Non siamo sostenuti soltanto dalle nostre capacità organizzative o dalle nostre forze spirituali. È Cristo stesso che continua a intercedere per il suo popolo. Questa pagina evangelica ci ricorda che la Chiesa nasce dentro la preghiera di Gesù e continua a vivere grazie alla sua intercessione.
Il Vangelo allora diventa un invito a ritrovare il centro della vita cristiana: la relazione con il Padre attraverso Cristo. In mezzo alle inquietudini del nostro tempo, alle fatiche pastorali, alle crisi personali e comunitarie, il Signore continua ad alzare gli occhi al cielo e a pregare per noi. E questa è la nostra speranza più grande: sapere che siamo custoditi dentro l’amore del Padre (Don Gian Franco Poli).





