sabato della quinta settimana di pasqua
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato» (Gv 15, 18-21).
Questo breve ma intenso passaggio del Vangelo di Giovanni segna un cambiamento di tono nei discorsi di addio: dall’intimità della comunione (“rimanete nel mio amore”) si passa alla realtà della opposizione del mondo. Gesù prepara i discepoli non a un cammino facile, ma a una sequela che attraversa il rifiuto. Il punto di partenza è netto: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (v. 18).
Non si tratta di una constatazione psicologica, ma di una chiave teologica. Il “mondo”, nel linguaggio giovanneo, non indica semplicemente la realtà creata, ma quel sistema di relazioni e mentalità che si chiude a Dio. È il mondo che non accoglie la luce (cf. Gv 1,10-11). L’ostilità verso i discepoli nasce dunque da una resistenza più profonda: è il rifiuto di Cristo stesso.
Gesù però chiarisce subito l’origine di questa tensione: «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo… per questo il mondo vi odia» (v. 19). Qui emerge una verità decisiva dell’identità cristiana: il discepolo vive una appartenenza nuova. È nel mondo, ma non è “del mondo”. La sua vita è segnata da una chiamata, da una elezione: «io vi ho scelti dal mondo». Questa scelta non è privilegio, ma missione. Proprio perché appartiene a Cristo, il discepolo non può essere completamente assimilato alle logiche dominanti.
Il contrasto non nasce quindi da una volontà di contrapposizione, ma dalla diversità evangelica. Una vita plasmata dalla parola di Gesù, dall’amore gratuito, dalla verità, inevitabilmente mette in crisi logiche diverse, spesso segnate da autoreferenzialità, potere, chiusura.
Gesù poi richiama una parola già detta: «Un servo non è più grande del suo padrone» (v. 20). La sorte del discepolo è legata a quella del Maestro. Non è possibile seguire Cristo senza condividere, in qualche misura, anche la sua storia. Ma questo versetto contiene anche una promessa: «Se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra».
Accanto al rifiuto, c’è sempre anche la possibilità dell’accoglienza. La missione non è vana: la parola continua a trovare cuori disponibili. Il discepolo vive quindi in questa tensione: tra opposizione e fecondità. Infine, Gesù svela la radice ultima del rifiuto: «Tutto questo lo faranno a voi a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato» (v. 21).
Il problema, in profondità, è una mancata conoscenza di Dio. Non si tratta di ignoranza intellettuale, ma di una non-relazione, di una chiusura del cuore. Rifiutare il Figlio significa non entrare nella relazione con il Padre (Don Gian Franco Poli).





