21 maggio 2026

giovedì della settima settimana di Pasqua

«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 11-19).

 

Questa pagina del Vangelo di Giovanni ci introduce in uno dei momenti più intensi e spiritualmente profondi della vita di Gesù. Siamo nel contesto dell’ultima cena. Gesù sa che la passione è ormai vicina e, prima di consegnarsi alla croce, affida i suoi discepoli al Padre. È la preghiera di chi ama fino alla fine e che, proprio nel momento del distacco, manifesta ciò che più gli sta a cuore.

La prima richiesta è sorprendente: «Custodiscili». Gesù non domanda per i suoi successo, sicurezza o potere, ma custodia. Conosce la fragilità dell’uomo, conosce la paura, le divisioni, le prove che attendono la comunità dei discepoli. Per questo li affida al Padre. La fede cristiana nasce sempre dentro questa consapevolezza: non siamo noi a salvarci da soli, ma siamo custoditi da Dio.

La custodia divina ha un obiettivo preciso: «perché siano una sola cosa». Ancora una volta l’unità appare come il cuore della vita ecclesiale. Non una semplice armonia esteriore, ma una comunione che prende forma dall’amore stesso tra il Padre e il Figlio. L’unità evangelica non elimina le differenze, ma le attraversa e le trasfigura nella carità.

Gesù poi riconosce con realismo che i discepoli vivranno inevitabilmente una tensione con il mondo: «Il mondo li ha odiati». Nel linguaggio giovanneo il “mondo” indica quella mentalità chiusa a Dio, autoreferenziale, dominata dal potere, dall’egoismo e dalla paura della verità. Il cristiano vive dentro la storia, ma non può lasciarsi assimilare completamente dalla logica del mondo.

Tuttavia Gesù non chiede al Padre di togliere i discepoli dal mondo. Questa è una parola decisiva. La comunità cristiana non è chiamata a fuggire dalla storia, a isolarsi o a costruire rifugi spirituali lontani dalle fatiche dell’umanità. I discepoli devono restare nel mondo come presenza evangelica, come lievito, luce e testimonianza. La protezione chiesta da Gesù non è l’esenzione dalla prova, ma la custodia dal male che disumanizza il cuore.

Al centro della preghiera emerge poi il tema della verità: «Consacrali nella verità». Nel Vangelo di Giovanni la verità non è anzitutto un insieme di idee astratte, ma la rivelazione del volto di Dio manifestato in Cristo. Essere consacrati nella verità significa appartenere a Dio, lasciarsi trasformare dalla sua Parola e vivere un’esistenza orientata al Vangelo.

Infine Gesù collega la consacrazione alla missione: «Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo». La consacrazione cristiana non separa dagli altri, ma abilita a servire gli altri. Ogni autentica esperienza spirituale conduce sempre verso la missione, verso il dono di sé, verso la responsabilità ecclesiale.

Questa pagina evangelica ci ricorda così che la Chiesa vive autenticamente quando custodisce tre dimensioni inseparabili: la comunione, la verità e la missione. Senza comunione il Vangelo perde credibilità; senza verità la fede si svuota; senza missione la Chiesa si ripiega su sé stessa (Don Gian Franco Poli).