05/02/2026 – Mercoledì 4 febbraio, nella Cattedrale di San Pancrazio, ad Albano, il cardinale Angelo De Donatis, Penitenziere maggiore, ha presieduto la Messa, concelebrata dal vescovo Vincenzo Viva, in suffragio di monsignor Paolo Gillet, vescovo ausiliare di Albano dal 1993 al 2005, nel trigesimo della morte.
Presente tra i banchi di San Pancrazio anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, amico di lunga data di monsignor Gillet, nata per la comune frequenza agli eventi di Azione Cattolica. Alla Messa hanno partecipato anche il Commissario straordinario del Comune di Albano, Filippo Santarelli, il Subcommissario, Raffaele Manzo, e autorità civili e militari.
Nella sua omelia, il cardinale De Donatis, che ha conosciuto monsignor Gillet sotto il profilo umano, spirituale e pastorale, ne ha tratteggiato la persona, a partire dal brano del Vangelo di Marco proclamato nella liturgia: «Dopo il miracolo della tempesta che aveva scosso e turbato i discepoli di Gesù – ha esordito De Donatis – l’evangelista Marco pone sulle loro labbra una domanda carica di stupore: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”. È un interrogativo che nasce dalla meraviglia di fronte al suo modo di agire e alla sua parola; un interrogativo che, però, deve aprire un lungo cammino di ricerca per giungere a una risposta. Marco ci mette anche in guardia da un rischio: l’illusione di una risposta troppo affrettata a quell’interrogativo iniziale. Nel Vangelo di oggi viene smascherata proprio questa illusione. Nella trappola di una risposta facile cadono proprio coloro che pensano di conoscerlo bene: i suoi concittadini».
Perché, ha domandato il Penitenziere maggiore, i concittadini di Gesù non riescono a trasformare il loro stupore in fede? «La radice – ha aggiunto De Donatis – sta nella pretesa di avere davanti agli occhi un volto di Dio scontato, che corrisponde alle nostre attese, controllabile, di cui si può prevedere e dominare l’agire. In definitiva, l’incapacità di giungere allo stupore nasce dal non saper accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano. Dal momento in cui il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, l’ordinario della nostra umanità è l’unica via per conoscere Dio. Questo è il vero stupore che apre alla fede. Tra coloro che hanno accolto questo mistero c’è stato il nostro carissimo don Paolo, che ha saputo farsi piccolo, stupirsi delle parole di salvezza ed essere autentico discepolo di Gesù».
Il ricordo di monsignor Gillet, quindi, si è fatto più personale: «Don Paolo – ha detto ancora De Donatis – era quasi naturalmente portato ad accogliere, ascoltare, consigliare e aiutare. Questo era il suo carisma, maturato nel tempo e alimentato dalle molteplici esperienze vissute nel corso della sua lunga vita. In una parola, don Paolo era un signore: sapeva unire mitezza e fortezza. Un ultimo aspetto merita di essere evidenziato: il rapporto profondo che don Paolo ha avuto con la Chiesa, sia quella di Roma, sia quella di Albano, dove ha svolto il ministero di Vescovo ausiliare: ha amato la Chiesa, ha servito la Chiesa, ha sofferto per la Chiesa».
Nel suo saluto iniziale, anche il vescovo Vincenzo Viva ha tributato un omaggio al vescovo Gillet: «È stato per tanti – ha detto Viva – un fratello e un padre, un formatore di coscienze, capace di ascolto e di dialogo, un uomo che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi sentire, un collaboratore molto leale e rispettoso dei diversi vescovi che si sono succeduti e con cui ha lavorato per il bene di questa Chiesa, attento a restare sempre “un passo indietro”. Ci ha fatto così molto piacere sapere dal suo testamento che ha scelto di essere sepolto nell’umile tomba dei sacerdoti della diocesi di Albano, qui al cimitero della nostra città, dove amava recarsi, come mi hanno riferito, a recitare il Santo Rosario e fare visita ai sacerdoti defunti».







