1 gennaio 2026

giovedì – Maria Santissima Madre di Dio

 

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.  Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo 1prima che fosse concepito nel grembo (Lc 2, 16-21).

 

Il Vangelo ci presenta oggi una scena silenziosa e densa di attesa. Zaccaria è nel tempio, nel luogo più sacro, immerso nel gesto liturgico dell’incenso: prega per il popolo, ma in realtà è Dio che sta per parlare alla sua vita. E ciò che annuncia l’angelo riguarda non solo un figlio, ma un futuro che si apre, una storia che riparte. Giovanni non nasce per sé stesso, né per colmare un desiderio privato. La sua vocazione è tutta relazionale e orientata: riportare, ricondurre, preparare. È la logica di Dio: quando dona una vita, la dona sempre per altri.

La prima parola chiave è ricondurre. Giovanni non inventa qualcosa di nuovo, ma aiuta il popolo a tornare all’essenziale: al Signore. In un tempo di smarrimento spirituale, Dio non manda un giudice, ma un precursore, uno che apre la strada, che riallaccia i fili spezzati. Questo ci interroga: le nostre comunità aiutano a ricondurre a Dio o rischiano talvolta di allontanare? Il nostro stile di vita rende desiderabile l’incontro con il Signore?

Giovanni viene descritto come profeta forte, ma non violento; radicale, ma non divisivo. La sua forza è spirituale, non istituzionale. È la potenza di chi vive davanti a Dio, non per sé. La sua missione è espressa con immagini bellissime: “Ricondurre i cuori dei padri verso i figli”. Qui non si parla solo di famiglia, ma di relazioni ferite, di generazioni che non si comprendono, di comunità frammentate. La conversione evangelica non è mai solo individuale: è sempre ricomposizione di legami.

Giovanni non è il Messia. E proprio per questo è grande. La sua missione è preparare, non occupare lo spazio. È la vocazione di chi accetta di essere ponte, non traguardo. Per la vita cristiana – e in modo particolare per la vita consacrata – questa pagina è una parola forte: non siamo chiamati a essere protagonisti, ma servitori dell’attesa di Dio negli altri. Preparare cuori, non conquistare ruoli.

Il brano si chiude con il popolo che attende Zaccaria, stupito dal suo ritardo. Mentre Dio parla nel silenzio del tempio, fuori c’è una comunità che aspetta. È un’immagine potente: la Chiesa, il mondo, le persone attendono – spesso senza saperlo – una parola, un segno, una speranza. E talvolta il silenzio di chi è chiamato a parlare diventa esso stesso un segno.

Questo Vangelo ci invita a una domanda semplice ma decisiva: stiamo preparando la strada al Signore o stiamo occupando il centro della scena? Giovanni, ancora prima di nascere, ci insegna che la gioia più grande è questa: vivere perché Dio possa arrivare, e perché i cuori – finalmente – possano tornare a casa (don Gian Franco Poli).