14 febbraio 2026

venerdì della quinta settimana del tempo ordinario

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.  E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!» (Mc 7, 31-37).

 

Gesù guarisce un uomo sordomuto con gesti intensi e profondamente umani: lo prende in disparte, tocca le sue orecchie e la sua lingua, sospira e prega. È una guarigione che nasce da una relazione, non da un atto spettacolare. Gesù entra nel limite dell’uomo e lo attraversa con compassione.

La parola «Effatà» – “Apriti!” è il cuore del brano: non riguarda solo l’udito o la parola, ma tutta la persona. Aprirsi a Dio significa tornare capaci di ascolto vero e di parola autentica, uscire dall’isolamento e rientrare nella comunione.

In questa pagina emerge il volto di un Messia che non domina, ma si china; che non impone, ma libera. E, nonostante il silenzio richiesto, il bene compiuto da Gesù diventa incontenibile: quando l’uomo è guarito nel profondo, la vita stessa si fa annuncio (Don Gian Franco Poli).